martedì 30 giugno 2009


Varese – In occasione di un incontro promosso a Roma dalla Fondazione Telethon, tenutasi a Roma ieri, il direttore dell'ufficio scientifico dell’Ente, Lucia Monaco, ha annunciato che un gruppo di ricercatori italiani ha effettuato una scoperta che apre nuove prospettive per la cura delle malattie neurodegenerative.

Questa scoperta verrà pubblicata sulla prestigiosa rivista americana Science.

Secondo quanto riferito dalla dottoressa Monaco, il presente studio dovrebbe comprendere anche malattie neurodegenerative quali il morbo di Parkinson e quello di Alzheimer.

Anche se si tratta di un altro passo avanti per la medicina, bisogna comunque ricordare che, prima che queste scoperte possano venire applicate direttamente sui malati (se mai troveranno qualche applicazione), dovrà passare ancora molto tempo.

martedì 23 giugno 2009


Varese – Quest’anno, per la prima volta, l’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) ha riconosciuto la Giornata Mondiale degli Oceani, tenutasi l’otto giugno e organizzata dal Won, acronimo di World Ocean Network.

Il Segretario generale dell’ONU, Ban Ki Moon, ha sottolineato l’importanza dell’ambiente marino quale parte integrante del benessere umano, della sicurezza economica e dello sviluppo sostenibile, ribadendo anche la necessità di “contrastare l’inquinamento e l’eccessivo sfruttamento delle risorse”.

"One ocean, one climate, one future" (Un oceano, un clima, un futuro); questo è il messaggio che l'iniziativa ha voluto divulgare e il cui scopo è stato quello di porre l'attenzione sulla necessità di salvaguardare il clima, gli oceani e in particolar modo le barriere coralline.

L’importante iniziativa nata per diffondere la cultura del mare e promuoverne la tutela dell’ambiente prevedeva numerosi appuntamenti in tutto il mondo in collaborazione con scuole, università, acquari, musei, associazioni ed enti di ricerca internazionali.

L’obiettivo di questo grande evento è la difesa degli oceani e dei mari, una distesa che copre circa il 72% del nostro pianeta e che svolge un ruolo cruciale nel mantenimento degli ecosistemi e del clima terrestre considerando che assorbono Co2 e regolano la temperatura.

Sarebbe una vera follia non preoccuparci della salute dei nostri mari, se non altro perché essi svolgono un ruolo fondamentale per il l'intero Pianeta.

Varese – La NASA (agenzia spaziale americana) sabato aveva in programma di lanciare lo shuttle Endeavour per la sua missione di costruzione sulla Stazione Spaziale Internazionale, però, a causa di possibili rischi di perdite di idrogeno, la sua partenza è stata posticipata di quattro giorni, ossia il tempo necessario per compiere tali riparazioni.

I manager dell’Ente spaziale hanno deciso di provare il lancio mercoledì quando in Italia saranno le 11:40 del mattino. Se dovessero verificarsi altri problemi tecnici, il lancio dello shuttle dovrebbe essere definitivamente rimandato al mese prossimo, consentendo così un’altra imporante missione, cioè il lancio del razzo Atlas, privo di equipaggio, che porterà con sé l'orbiter Lro (Lunar Reconnaissance Orbiter) – la sonda costituisce la missione di debutto di una nuova iniziativa americana per lo studio della luna, finalizzata al ritorno di astronauti sul suolo lunare entro il 2020.

Se dovesse andare a buon fine il lancio dell'Endeavour, la partenza della sonda verrebbe posticipata a venerdì, infatti la Nasa è costretta a scegliere tra le due missioni perché l'Air Force Station di Cape Canaveral è in grado di lanciare solo un tipo di razzo alla volta: per lanciare razzi diversi sono necessari due giorni per configurare tutto l'equipaggiamento adeguato, che varia dagli strumenti di sicurezza a quelli di supporto, fino a quelli che consentono di seguire il percorso del missile.

La Nasa sostiene che ritardare la partenza dell'orbiter Lro oltre questa settimana potrebbe inficiarne gli obiettivi scientifici e ritardare anche i lanci di nuovi satelliti su missili Rockets da Cape Canaveral; a tal proposito, il responsabile del programma di lancio, LeRoy Cain, ha detto: "Sarebbe molto meglio che le due missioni partissero durante questo periodo di lancio”.

venerdì 5 giugno 2009


Varese – In questi giorni, ad Orlando, si sta svolgendo il Congresso della Società americana di oncologia clinica (ASCO - American Society of Clinical Oncology).

In occasione di quest’evento, il direttore del dipartimento di oncologia dell'Università di Modena e Reggio Emilia, l'oncologo Pierfranco Conte, ha affermato che le donne che praticano con regolarità qualche tipo di attività fisica riducono del 20% il rischio di sviluppare un cancro della mammella.

L’effetto positivo ricoperto dall’attività fisica nei confronti del tumore al seno è confermato anche in molti altri studi internazionali presentati all'ASCO; inoltre il beneficio si avverte maggiormente dopo la menopausa: probabilmente a causa della diminuzione delle concentrazioni di estrogeni - i principali ormoni sessuali femminili – che si verifica in questa fase della vita di una donna.

venerdì 22 maggio 2009


Varese – Da sempre l’Italia non è in prima fila per la produzione di energia da fonti rinnovabili; l’Austria ci supera nell’istallazione di pannelli solari per la produzione di acqua calda di ben 22 volte, la Germania di 6 volte e la Danimarca di 4. Tuttavia le cose forse stanno cominciando a cambiare.

Legambiente fa sapere che il ‘Bel Paese’ nel 2008 è stato il terzo Paese al mondo per impianti fotovoltaici installati: ne sono stati realizzati oltre 24.000 per una potenza complessiva di 338 MW; inoltre nel 2009 saranno installati altri 500 MW di potenza fotovoltaica, pari al doppio della potenza entrata in esercizio nello scorso anno.

L’ente per la protezione ambientale ha organizzato i “Sunday”, due giorni di informazione in occasione dell’European Solar Days (www.eusd.it), una grande campagna dedicata interamente all’energia solare con eventi in tutta Europa.

Andrea Poggio, vice direttore generale di Legambiente, afferma: «buone notizie sul fronte del fotovoltaico ma non tanto quanto meriterebbe un Paese pieno di sole e di energia come l’Italia», in più aggiunge: «ci vogliono più documenti per impiantare un pannello fotovoltaico che per ampliare una veranda. E le banche concedono pochi prestiti, anche se si stanno attrezzando».

Alla domanda sul perché gli italiani investono nel fotovoltaico, l’esperto risponde: «La voglia di risparmiare. Con gli incentivi di conto energia abbiamo capito che usare il sole conviene, non solo all’ambiente».

lunedì 18 maggio 2009


Varese – È previsto oggi per le 20.01 ora italiana il lancio dello space shuttle "Atlantis", impegnato in una delle missioni più attese - e pericolose - dalla comunità scientifica, la riparazione del telescopio spaziale "Hubble".

Il motivo per cui, nonostante le pressioni degli scienziati, la Nasa si è rifiutata per anni di acconsentire alla missione dell'Atlantis è la mancanza di un approdo di emergenza in caso di guasto o danneggiamento dello scudo termico al lancio; Hubble si trova infatti su un'orbita diversa da quella della Stazione Spaziale Internazionale, in grado di accogliere l'equipaggio per un periodo di tempo sufficiente al lancio di una nuova navetta o di effettuare una riparazione in orbita. Proprio per questo si è deciso di avere già disponibile un secondo shuttle, L'Endeavour, pronto a partire entro sei giorni - il tempo massimo di durata delle scorte di ossigeno è di 25 giorni.

Un’altro rischio legato all'orbita alta in cui si trova lo Hubble è la maggiore possibilità di impatto di micrometeoriti o di altri "detriti spaziali".

Il telescopio recentemente ha sofferto di numerosi guasti meccanici ma la missione dell'Atlantis permetterà di prolungare fino al 2014 la sua vita operativa.

In questa missione verranno effettuate ben cinque attività extraveicolari in cui saranno cambiati i sei giroscopi, le batterie, il sistema di protezione termica e il sistema informatico, mentre verranno installati due nuovi apparecchi, uno spettrografo per raggi cosmici e un obbiettivo grandangolo; il tutto dovrebbe migliorare da 10 a 70 volte le capacità dello Hubble, in grado così di rilevare oggetti risalenti a 500 milioni di anni dopo il Big Bang contro l'attuale miliardo di anni.

La Nasa si era detta perplessa sulla possibilità di un utilizzo dello space shuttle, sia per i persistenti problemi alla navetta - che solo da poco ha ripreso i voli regolari dopo l’incidente del 2004 -, che per l'insufficiente aumento dei finanziamenti destinati alla Nasa: a causa di ciò, inizialmente era prevista solo la visita di una sonda robot che avrebbe avuto il compito di inserire il telescopio su un'orbita di decadimento tale da farlo precipitare nell'Oceano al termine della sua vita operativa.

Una delle alternative prese in considerazione era quella di una missione robotizzata, ma questa non si sarebbe rivelata ottimale e inoltre sarebbe stata tecnologicamente complessa, ma ora il nuovo budget della Nasa stanzia 9,6 miliardi di dollari per i progetti scientifici e di esplorazione e altri 6,7 miliardi per le applicazioni fra le quali le missioni shuttle - che dovrebbero essere terminate entro il 2010 - e la Stazione Spaziale Internazionale "Alpha".

La priorità, come annunciato nel 2005 dalla Casa Bianca e in attesa di quel che vorrà fare l'Amministrazione Obama, alle prese con la crisi economica, rimane quella di un ritorno in grande stile sulla Luna entro il 2020, per poi raggiungere Marte: il programma "Constellation". Lo Hubble viene però considerato dagli astronomi ancora uno strumento di assoluta avanguardia, anzi insostituibile: non vi è nulla di simile in orbita per quanto riguarda l'astronomia nel campo della radiazione visibile; le moderne reti di telescopi sulla Terra possono raggiungere in alcuni casi la stessa risoluzione, ma l'atmosfera terrestre li rende 'ciechi' all'infrarosso e all'ultravioletto. Proprio l'infrarosso dovrebbe essere il punto di forza del "James Webb Space Telescope", il cui lancio è in programma per il 2013 e che dovrà lavorare fianco a fianco con lo Hubble per poi sostituirlo. Il telescopio era stato così battezzato in onore di Edwin Hubble, l'astronomo americano a cui si deve la costante che definisce il tasso di espansione dell'universo.
Varese –Nina Papadulaki, portavoce del Commissario europeo alla Sanità Androulla Vassiliou, ha fatto sapere che attualmente nell’Unione Europea più la Svizzera sono stati confermati 79 casi della nuova influenza che sta mettendo in ginocchio il Messico.

I governi degli stati membri dell’Unione confermano i dati forniti dalla Papadulaki, aggiungendo quale sia l’esatta dislocazione dei 79 casi, ossia: due in Italia; quarantaquattro in Spagna; diciotto nel Regno Unito; otto in Germania; due in Francia; uno in Olanda; uno in Austria; uno in Danimarca; uno in Irlanda 1 e uno in Svizzera.

venerdì 1 maggio 2009


Varese – Il virologo Pietro Crovari, ordinario d'Igiene generale all'università di Genova, parlando a margine dell'incontro "Vaccini: miti e leggende" organizzato da Farmindustria, ha detto: "È scontato che questa influenza arriverà anche in Italia”.

Lo specialista ha aggiunto in seguito che però non si tratterà di una tragedia perché siamo in presenza di un'influenza normale e non come l'aviaria, quindi saremo certo più favoriti se riusciremo ad avere il contagio il più tardi possibile.

Pietro Crovari ha tranquillizzato spiegando: "Non parlerei di pandemia ma di epidemia influenzale. Non ci troviamo di fronte ad un virus del tutto nuovo perché si tratta dell'erede del 'H1N1' isolato nel 1933”; ha aggiunto inoltre con questo virus, che sta colpendo il Messico, forse è mutato nel 60-70% ma non è comunque completamente nuovo.

Il fatto che l'influenza ha colpito la fascia di età tra i 5 e i 65 anni, secondo il virologo, si potrebbe spiegare ipotizzando che il vaccino stagionale per l'influenza, destinato ai bambini fino ai 5 anni e agli over 65, potrebbe aver avuto effetti di protezione. Ma è ancora presto per dirlo con certezza.

lunedì 27 aprile 2009


Varese – Uno studio di Phil Edwards e Ian Roberts, scienziati della London School of Hygiene & Tropical Medicine pubblicato sull'International Journal of Epidemiology, sostiene che dimagrire, non solo fa bene alla salute, ma aiuta a ridurre le emissioni di gas serra.

Infatti per cercare di migliorare la propria silouette, la gente tende a mangiare meno, tagliando così le emissioni causate dalla produzione di cibo, una delle principali fonti di inquinamento; inoltre provoca la diminuzione dell’utilizzo dell'automobile che, secondo lo studio, risulterebbe proporzionale ai chili di troppo.

Gli autori della ricerca concludono lo studio affermando: "Un miliardo di persone magre emetterebbe ogni anno un miliardo di tonnellate di CO2 in meno rispetto allo stesso numero di persone grasse”.

D’ora in poi, quando sentiremo parlare dei problemi relativi all’ambiente, non potremo più ribattere dicendo che tanto noi, nel nostro piccolo, non possiamo farci niente, infatti, cercando di dimagrire, ognuno di noi compie un passo in avanti, seppur irrisorio, verso la salvezza ecologica del pianeta.

martedì 14 aprile 2009


Varese – Da sempre una delle grandi domande che assillano l’umanità è: “com’è possibile che sulla Terra si siano create le condizioni adatte alla vita?”Be’, forse oggi possiamo dare una risposta a questo annoso quesito.

Dominic Papineau del Carnegie Institution's Geophysical Laboratory ha fatto una scoperta che sembra fare finalmente luce sulle condizioni che hanno permesso la vita sulla terra.

Sul nostro pianeta, inizialmente privo delle condizioni atmosferiche idonee alla respirazione, la scintilla che ha fatto scoccare la vita è arrivata circa 2,4 miliardi di anni fa, quando si registrò una drastica riduzione delle concentrazioni di nichel - metallo bianco argenteo - nelle acque, la quale permise lo sviluppo di batteri e di alghe foto sintetiche, aprendo la strada alla comparsa di ossigeno.

martedì 7 aprile 2009


Varese – Una ricerca eseguita da un équipe di ricercatori italiani esperti sul ritmo circadiano, cioè il ciclo sonno-veglia, pubblicata sulla prestigiosa rivista americana ‘Science’, ha rilevato che non dormendo, nel cervello si accumulano proteine in eccesso sui punti di contatto tra neuroni, ossia le sinapsi, appesantendone così il funzionamento.

Questa scoperta rappresenta una prova diretta della teoria secondo cui durante il sonno il cervello fa ordine dentro di sé, selezionando le informazioni accumulate il giorno precedente ed eliminando quelle superflue.

Varese – Il problema dell’inquinamento delle acque è molto sentito; esperti di tutto il mondo stanno lavorando per trovare una soluzione che risolva questa piaga, e forse vi si stanno avvicinando.

In un progetto portato avanti dai ricercatori dell´Università dell´Essex (Gb) costato 2,5 milioni di sterline finanziato dall´Unione Europea nell’ambito di un programma per lo sviluppo di nuovi metodi di monitoraggio delle acque, sono stati creati dei ‘robot’ che sembrano normalissimi pesci, forse solo un po’ più robusti, i quali forniranno preziosi dati sulla presenza o meno di inquietanti.

Lunghi circa 50 cm e alti 15, i pesci robotici si muovono in branchi da cinque senza bisogno di essere telecomandati grazie a un motore ad autonomia giornaliera in grado di replicare il movimento natatorio dei pesci, il che, oltre al miglior rendimento energetico, permette ai pesci robot di muoversi in acqua senza spaventare il resto della fauna ittica.

Rory Doyle, ricercatore presso Bmt Group, società che ha collaborato con la Essex University per lo sviluppo tecnologico dei robot ha commentato: “abbiamo utilizzato un design creato da un’evoluzione di centinaia di milioni di anni e che è incredibilmente efficiente dal punto di vista energetico”.

Il rilevamento degli inquinanti è affidato a una serie di sensori. Quando viene rilevata la presenza di inquinamento, ogni pesce meccanico è in grado di avvisare il resto del branco affinché converga nella zona per raccogliere dati; in questo modo sarà possibile avere un’analisi istantanea a 3 dimensioni in grado di fornire maggiori informazioni sulle aree inquinate.

I primi cyber-pesci potrebbero essere testati nel Tamigi – fiume altamente inquinato. Chissà, forse tra qualche anno, alla vista di un banco di pesci che nuota felice tra le alghe di un mare cristallino, dovremo domandarci se si tratta di forme di vita naturali o artificiali.

Varese – A poche ore dall'arrivo dello space shuttle Discovery, che deve portare alla Stazione internazionale (Iss) l’ultimo pezzo necessario per la costruzione dei pannelli solari, che, producendo più energia, permetteranno la presenza in orbita del doppio degli abitanti rispetto a quelli attuali, la Stazione è di nuovo a rischio collisione con uno dei tanti detriti in orbita attorno alla Terra - un frammento di un satellite russo che dovrebbe passare nelle prime ore di martedì a una distanza non superiore agli 800 metri.

Se la Iss dovesse essere costretta ad alterare la sua orbita anche la "Discovery" dovrà aggiustare la propria rotta per trovarsi al rendezvous per l'attracco, previsto per martedì.

Già la scorsa settimana l'equipaggio era stato costretto a prendere posto per una decina di minuti nella capsula di emergenza a causa di un altro incontro troppo ravvicinato; adesso la .

La cosiddetta "spazzatura spaziale" sta diventando un problema sempre più serio: vi sono oltre 19mila oggetti in orbita terrestre, di cui appena 900 satelliti sono ancora integri, se non del tutto funzionanti. Secondo gli specialisti le possibili strategie sono due: il recupero della maggior massa possibile di detriti e frammenti oppure una condivisione delle informazioni sulla loro localizzazione, in modo da minimizzare la possibilità di collisioni future.

La prima, presenta il problema pratico di come far rientrare nell'atmosfera i detriti, è costosa e inoltre non è sicura: durante il recupero i pezzi più grandi potrebbero infatti frammentarsi ulteriormente causando maggiori problemi - anche un pezzo di metallo di un centimetro di diametro è potenzialmente distruttivo date le elevate velocità orbitali.

La seconda dipende dalla buona volontà dei singoli Paesi di rivelare l'esatto posizionamento dei propri satelliti - anche militari - e ogni altro dato riguardante eventuali frammenti: in questo senso l'Agenzia Sapziale Europea ha lanciato il programma Space Situational Awareness, che mira alla sorveglianza della zona interessata; secondo gli esperti servirebbe tuttavia un sistema globale integrato, proposta su cui fino ad ora solo Stati Uniti e Francia hanno espresso un qualche interesse, senza che nessun Paese abbia però manifestato un sostegno ufficiale all'iniziativa.

lunedì 16 marzo 2009


Varese – L’inquinamento ambientale dovuto alla produzione di energia da combustibile fossile, è un grosso problema; una possibile soluzione a questa piaga potrebbe essere rappresentata della cosiddette fonti alternative.

Un’articolo pubblicato martedì 10 marzo sul quotidiano iberico El Pais afferma che la produzione di energia in Spagna è per un terzo tratta da fonti rinnovabili. Con questo 30% di elettricità consumata, gli spagnoli hanno raggiunto l’obiettivo deciso nel 2001 dalla Ue per il 2010, che, secondo i dati della Rete Elettrica, soltanto un anno fa pareva impossibile.

Uno dei tanti fattori che hanno aumentato l’importanza delle rinnovabili è stato il calo della domanda generale di energia dovuta alla crisi economica: questa di conseguenza ha consentito di aumentare il rapporto percentuale della potenza installata nell’eolico nell’ultimo decennio, rispetto alle altre fonti energetiche. Inoltre va considerato il grande aumento delle precipitazioni fra gennaio e marzo che hanno fatto aumentare di ben il 126,4% la produzione dell’energia idroelettrica, in confronto con il medesimo periodo del 2008, e secondo i dati della Rete Elettrica, è prevedibile che in primavera si mantenga questo standard se continuerà a piovere, anche se con una fisiologica diminuzione in estate.

Secondo gli studi di di Heikki Mesa, responsabile del cambi climatico del Wwf Spagna, l’utilizzo del fotovoltaico nella produzione di energia elettrica sta cominciando ad essere significativo, circa il 5% del totale.

Anche se l’incremento di fonti rinnovabili è un dato molto positivo, va ricordato che è tanta anche l’energia pulita che va perduta per sovraccarico, dato che la rete elettrica iberica ha un sistema che consente di controllare costantemente la produzione e ordinare la disattivazione dei dispositivi eolici in caso di sovrapproduzione:questo ad esempio è successo il novembre 2008 quando, in presenza di una forte perturbazione atmosferica, Rete Elettrica disattivò ben il 37% degli impianti eolici, non potendo assorbire tutta l’energia prodotta.

Varese – Da un po’ di anni a questa parte, per le balene il rischio maggiormente grande che corrono non è più solo quello di venire catturate da una baleniera con la scusa della ricerca scientifica, bensì di rimanere arenate su qualche spiaggia.

Sull’isola-stato della Tasmania , a sud dell’Australia, la sera di domenica primo marzo si sono piaggiate circa 200 piccole balene del genere ''globicefalo'' – cetacei che raggiungono i 5/6 metri di lunghezza per 2 tonnellate di peso -, delle quali soltanto quindici sono state riportate al largo. Altre 130 balene erano già morte a mezzogiorno dopo essersi arenate sulle coste dell'isola.

In gennaio erano morti 48 capodogli e in novembre 150 balene pilota; con quello di domenica siamo arrivati al quarto spiaggiamento di massa in Tasmania, per un totale in tre mesi di 400 cetacei.

Le cause che determinano lo spiaggiamento di animali vivi sono al centro di un dibattito aperto che dura ininterrottamente ormai da molti decenni; negli ultimi anni si è cominciato a pensare che dietro questo fenomeno ci siano gli impulsi sonori utilizzati dai radar delle navi militari, o l’inquinamento marino.

Dobbiamo assolutamente scoprire cosa spinge i cetacei a un “suicidio di massa”, in modo che anche i nostri figli e nipoti possano vedere questi splendidi animali nel loro habitat naturale e non solo sui libri di storia.

mercoledì 25 febbraio 2009


Varese – Uno dei più gravi problemi legati all’ambiente che affliggono il nostro splendido pianeta è quello del riscaldamento globale del clima; l’umanità sta cercando in qualche modo – non sempre efficace – di porre un freno a questo cataclisma; ebbene ora uno strumento potrebbe fornirci dati in grado di agevolare questo compito.

Dalla base californiana di Vandenberg, sta per effettuarsi il lancio di un satellite dal nome stravagante: Oco, acronimo di Orbiting Carbon Observatory, dedicato al monitoraggio atmosferico dell’anidride carbonica. Oco è la nuova missione geo-orbitante nell’ambito del programma Nasa Earth System Science Pathfinder Program e fornirà per la prima volta una mappa particolareggiata delle fonti naturali e artificiali di anidride carbonica - co2- e dei luoghi in cui viene rilasciata dall’atmosfera e conservata.

I dati che il satellite metterà a disposizione degli scienziati renderanno più precise le previsioni delle future variazioni nella presenza di co2 nell’atmosfera e i mutamenti nella distribuzione di questo gas serra, inoltre, le informazioni provenienti dal satellite – per compiere un giro completo attorno alla terra Oco impiegherà 16 giorni, nel corso dei quali effettuerà circa 8 milioni di misurazioni - consentiranno di ottenere un maggior numero di indizi sugli effetti che queste variazioni avranno sul clima terrestre.

Il progetto della Nasa, costato complessivamente 278 milioni di dollari, non è il primo dedicato esclusivamente allo studio via satellite del riscaldamento climatico: il mese scorso il Giappone ha lanciato Gosat - Greenhouse Gases Observing Satellite -, impegnato nel monitoraggio dei gas serra.

La Terra è un luogo meraviglioso ed è nostro preciso dovere quello di utilizzare qualsiasi risorsa affinché rimanga tale: sarebbe veramente un “delitto” se riuscissimo a rovinare anche questo.

venerdì 20 febbraio 2009


Varese – La questione sull’utilizzo di cellule staminali embrionali per la ricerca, da molti anni, rappresenta un grande problema etico: da una parte c’è chi, come gli esponenti della Chiesa, ritiene che l’embrione sia da considerarsi un individuo a tutti gli effetti, dall’altra c’è chi, come gran parte della comunità scientifica, sostiene che queste cellule abbiano potenzialità che le altre staminali non hanno.

In un’intervista sostenuta al programma domenicale della Fox News, il consigliere della Casa Bianca David Axelrod ha affermato che il presidente Barack Obama ripristinerà i finanziamenti statali alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, divieto imposto nel 2001 dal suo predecessore, George W. Bush, aggiungendo: "penso che faremo presto qualcosa su questo, il presidente lo sta considerando proprio ora".

Le cellule staminali embrionali sono totipotenti, cioè possono dare origine a qualsiasi tipo cellulare – cute, tessuto connettivo, cellule nervose... -, diversamente dalle staminali da adulto, che sono pluripotenti, ossia possono specializzarsi in tutti i tipi di cellule che troviamo in un individuo adulto ma non in cellule che compongono i tessuti extra-embrionali (quei tessuti che si trovano al di fuori dell'embrione prorpiamente detto ma che sono molto importanti per la sua sopravvivenza come l'amnios, il corion, il sacco vitellino, l'allantoide…), o multipotenti, sono in grado di specializzarsi unicamente in alcuni tipi di cellule.

Dalla ricerca sulle cellule staminali embrionali gli scienziati attendono importanti scoperte per la cura del Parkinson, del diabete, delle lesioni spinali e di molte altre patologie che affliggono il genere umano.

domenica 8 febbraio 2009


Varese – esiste un particolare tipo di ecosistema, non molto conosciuto, che ricopre un ruolo di primaria importanza per l’equilibrio ecologico del pianeta, le zone umide: stagni, laghi, paludi, ma anche cave di torba, ghiaia o di argilla dismesse.

Il Wwf, in occasione della Giornata Mondiale delle Zone Umide, afferma che questo genere di habitat regola e mitiga gli impatti dei cambiamenti climatici, immagazzinando il 35% del carbonio terrestre globale.

Le zone umide occupano soltanto il 6% della superficie terrestre e quelle che contengono torba rappresentano il più efficiente “magazzino” di carbonio tra tutti gli ecosistemi: ne trattengono il doppio di quello presente nell’intera biomassa forestale del mondo e per molto tempo, al contrario delle foreste; inoltre le zone umide sono luoghi preziosi per attività vitali come l’agricoltura e la pesca - producono il 24% del cibo del mondo - e sempre di più anche per il turismo e per le altre attività legate al tempo libero, sono infine ottime palestre per l’educazione e la divulgazione ambientale; per queste ragioni la loro distruzione comporterebbe conseguenze catastrofiche.

Secondo le ultime stime, infatti, se questi ambienti fossero bonificati, sarebbero rilasciati circa 771 miliardi di tonnellate di gas serra (soprattutto CO2 e metano) - una quantità insomma pari a quella attualmente in atmosfera.

Le zone umide - avverte il Wwf - stanno scomparendo dal pianeta. Nell’ultimo secolo circa il 60% del patrimonio mondiale e ben il 90% di quello europeo è andato distrutto. Le cause sono tante: il 26% delle zone paludose sono state prosciugate per far posto all’agricoltura o per dare spazio allo sviluppo urbano; l’inquinamento, la costruzione di dighe, il prelievo non regolamentato da sorgenti e falde, lo sfruttamento delle risorse, ha fatto il resto.

L’Italia ha perso una superficie immensa di zone umide: dei circa 3 milioni di ettari originari, all’inizio del XX secolo ne restavano 1.300.000, fino a precipitare ai 300.000 registrati nel 1991. Oggi ne sopravvivono appena lo 0,2%, tra aree interne e marittime.

mercoledì 28 gennaio 2009


Varese – Chi sostiene che non si può “mettere su famiglia” dopo una certa età, dovrà cambiare idea.

In Nuova Zelanda un raro rettile è diventato padre per la prima volta alla veneranda età di 111 anni, contribuendo alla sopravvivenza della specie. Il tuatara – così si chiama la specie - di nome Henry, ospite dal 1970 del Southland Museum di Invercargill lo scorso anno è rimasto affascinato dalla femmina di 80 anni di nome Mildred, che, dopo l’accoppiamento, ha deposto 12 uova e ieri, dopo 223 giorni di incubazione, sono venuti alla luce 11 piccoli.

Il tuatara, nativo della Nuova Zelanda, discende da rettili antichissimi presenti, molto prima dell’estinzione dei dinosauri – avvenuta 65 milioni di anni fa, si pensa a causa dell’impatto di un gigantesco meteorite, 225 milioni di anni fa.

sabato 24 gennaio 2009


Varese – Da qualche anno si sente parlare di riscaldamento globale del pianeta e, anche se non tutti sono d’accordo, la maggior parte della comunità scientifica è concorde nel dire che questo fenomeno rappresenta un grosso problema per noi e per le generazioni future.

Eric Steig, dell'Università di Washington e direttore del Quaternary Research Center della UW, e colleghi, in una ricerca pubblicata su Nature, affermano che negli ultimi 50 anni gran parte del continente antartico si è riscaldato più di quanto si pensava: un decimo di grado ogni 10 anni.

Fino ad ora, anche per mancanza di dati diretti, si pensava che solo la parte occidentale del continente, inclusa la Penisola antartica, si stesse riscaldando, mentre i rilevamenti indicavano che quella orientale si stava raffreddando; il nuovo studio dimostra che, in realtà, negli ultimi 50 anni, il riscaldamento dell'Antartide occidentale sarebbe maggiore del raffreddamento registrato nell'Antartide orientale e questo vuol dire che, mediamente, il continente nel suo insieme,sta diventando più caldo.

Steig e colleghi, basandosi sui dati delle stazioni meteo combinati con le misure più recenti fatte dai satelliti e con modelli statistici, hanno finalmente realizzato un quadro completo della temperatura del continente dal 1957 al 2006. Hanno, così, scoperto che le temperature sono salite di mezzo grado in circa 50 anni, toccando un picco durante l'inverno e la primavera.

Secondo Steig e colleghi il riscaldamento della penisola antartica e dell'Antartide occidentale sarebbe correlato ai cambiamenti della circolazione atmosferica e allo scioglimento del ghiaccio marino nel settore Pacifico dell'Oceano polare meridionale.

Steig ha detto: "Si tratta di una situazione complessa che non può esaurirsi in un'unica spiegazione. Quello che si sente continuamente è che l'Antartico si sta raffreddando, ma non è proprio così e se ogni cosa ha il suo rovescio, la questione è molto più complessa di quanto si creda. L'Antartico, in effetti, non si sta riscaldando con le stesse modalità che avvengono nel resto del mondo e, mentre, alcune aree per molti anni si sono raffreddate, ora, i dati mostrano che il continente, nel suo insieme, sta diventando sempre più caldo".

Una delle ragioni del raffreddamento dell'Antartico meridionale poteva essere, secondo lo scienziato, il buco dell'ozono, ma aggiunge: "quando lo strato di ozono verrà "riparato", si spera entro la prima metà di questo secolo, il processo di riscaldamento del continente antartico sarà pari a quello del resto del mondo”.

giovedì 15 gennaio 2009


Varese - In una delle isole di Darwin, Isabela, una squadra di biologi italiani hanno scoperto uno dei più antichi esponenti dell'evoluzione delle specie che non era stato individuato dal padre della teoria evoluzionistica: un'iguana rosa strisciata di nero.

L’iguana rosa è un vero e proprio fossile vivente, il cui primo esemplare deve essere comparso oltre 5 milioni di anni fa, quando ancora molte delle isole Galapagos non erano neppure formate.

Lo studio genetico, che ha permesso la ricostruzione delle origini di questa iguana di terra, il cui nome scientifico è Conolophus subcristatus, è stato pubblicato sulla rivista dell'Accademia delle Scienze "PNAS" dal team di Valerio Sbordoni e Gabriele Gentile dell'Università di Tor Vergata.

I due esperti affermano: "Sin dal pioneristico lavoro di Darwin nell'arcipelago, le Galapagos sono un'importante riserva per i biologi evoluzionisti” e spiegano che, per la loro origine vulcanica, queste isole ospitano flora e fauna uniche, evolutesi per milioni di anni nel completo isolamento geografico.

Isabela, la più grande delle Galapagos, ha cinque vulcani attivi: Sierra Negra, Alcedo, Darwin, Wolf e Cerro. I ricercatori ricordano: "Charles Darwin visitò le Galapagos nel 1835 ma non il vulcano Wolf e quindi non vide l'iguana rosa, che vive solo lì". Sebbene un esemplare di questa iguana fosse stato casualmente visto da un ranger del parco nazionale nel 1986, lo strambo rettile praticamente viene studiato per la prima volta.

Il confronto del Dna dei mitocondri di questo rettile - quello meno soggetto a mutazioni, quindi più conservato durante l’evoluzione - con le altre specie note svela che l’animale è antichissimo, un vero fossile vivente da porre alla base dell'albero genealogico delle iguane terrestri e resta un enigma per la sua distribuzione geografica.

Nuovi studi serviranno dunque a ricostruire, alla luce della sua esistenza, la storia delle iguane terrestri, concludono gli esperti, "ma servono subito sforzi per conservare questa specie da noi identificata e prevenirnre l'estinsione".

sabato 3 gennaio 2009


Varese – La vita sessuale delle donne di tutto il mondo non sempre è facile, solo in Italia, secondo le ultime ricerche della Società italiana di Medicina generale, l'anorgasmia – l’incapacità di raggiungere l’orgasmo - colpisce il 30% delle donne, le quali, per ovviare a questo problema, utilizzano la famosa pillola blu; tuttavia questo potrebbe cambiare.

E' pronta una nuova rivoluzione nel campo sessuale. La pillola dell'amore sta per lasciare il passo a un minuscolo chip che assicurerebbe effetti migliori. Una squadra di ricercatori dell'Università di Oxford, infatti, ha già constatato, anche nei soggetti affetti da anedonia, – incapacità di provare piacere - che collegando degli elettrodi al cervello si stimolerebbe il massimo piacere sessuale, l'orgasmo.

Uno dei ricercatori, il neurochirurgo Tipu Aziz, ha espresso tutta la propria soddisfazione per il nuovo microchip, affermando: "ci sono prove del funzionamento del chip. Qualche anno fa uno scienziato ha installato un dispositivo analogo nel cervello di una donna con un bassissimo impulso sessuale trasformandola in una donna sessualmente molto attiva".

Quest’invenzione ha provocato una ‘marea’ di critiche, tra cui quelle del professor Giorgio Rifelli, docente di psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale presso l'università di Bologna.
Secondo Rifelli questo apparecchio è a tutti gli effetti un vibratore esterno che potrebbe scatenare "frustrazione nel partner e meccanismi di competitività, andando ad annullare quel gioco di desideri che è l'essenza più viva di ogni relazione".

Secondo i ricercatori ci vorranno ancora 10 anni per la realizzazione del chip.
Ora nell'attesa di collaudare questo strumento ci poniamo alcune domande tecniche: quale sarà la manutenzione? Se il chip si blocca nel momento del rapporto sessuale è possibile fare un reboot? Se durante l'orgasmo entra un virus nel microchip quali effetti indesiderati ci potrebbero essere?