
Varese, 18 giu. – Durante il 2007, in Italia gli episodi di giornalismo partecipativo o open source journalism (una forma di giornalismo che vede la partecipazione attiva dei lettori, grazie alla natura interattiva dei nuovi media e alla possibilità di collaborazione tra moltitudini offerta da internet) bloccati con l'arresto e la galera hanno fatto registrare un’impennata abbastanza preoccupante; permettendo al nostro paese di raggiungere stati come Egitto, Iran e Cina nel rapporto World Information Access Report sullo "stato di salute" dei blogger esposti ai regimi illiberali.
Secondo World Information Access Report, rapport o stilato dall’Università di Washington, nel mondo il numero degli arrestati di blogger rispetto al 2006 è triplicato e circa la metà di queste detenzioni si sono verificate in Egitto, Iran e Cina, anche se i numeri reali potrebbero essere molto più grandi.
Le cause che provocano la reazione della censura sono state identificate in sei categorie differenti: violazione delle norme culturali, protesta sociale, critiche ai comportamenti pubblici, blogging riguardo importanti figure politiche, denuncia della corruzione e della violazione dei diritti umani e una non meglio precisata categoria "altri motivi".
Italia a parte, anche nel mondo occidentale, come ad esempio Canada, Stati Uniti, Francia e Regno Unito, i blogger possono incorrere in guai giudiziari, anche se qui le motivazioni degli atti di censura sono diverse: ad esempio pedofilia e atti minatori.
Per quanto la situazione appaia in netto peggioramento e il micro-publishing in Rete continui a essere considerato una “spina nel fianco delle lobby e del delle grandi multinazionali, vanno citati anche i casi in cui proprio grazie alla intervento dei blog le persone sono state portate fuori dalla galera, come è ad esempio successo all’egiziano James Karl Buck, che arrestato per una manifestazione, ha reso noto sul suo sito l’accaduto e nel giro di ventiquattr’ore era fuori di prigione.
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